DSA: si può parlare di prevenzione?

DSA: si può parlare di prevenzione?

DSA, dislessia, deficit di attenzione, questi e molti altri sono argomenti che  stanno  molto a cuore ai genitori ed agli insegnanti.

La ricerca evidence based sta facendo passi da gigante per quanto riguarda la diagnosi e il trattamento, questo è innegabile ma sempre più frequentemente i genitori osservano con occhio critico il percorso di apprendimento dei loro figli e  mi contattano preoccupati dal fatto che il loro bimbo non ha ancora acquisito le medesime abilità “scolastiche” dei  coetanei; amiche mi domandano se il fatto di non saper ancora leggere fluentemente (alla fine del primo quadrimestre del primo anno della Scuola Primaria) può essere un campanello di allarme per un sospetto di Dislessia.

Fuori da ogni  dubbio è il fatto che quest’estrema preoccupazione non fa bene né ai piccini né ai loro genitori.  Possiamo affermare che  di fronte a richieste simili la prima cosa da fare è ascoltare, la seconda invece è cercare di focalizzare l’attenzione sull’unicità di ogni bambino e di conseguenza sull’unicità degli stili di apprendimento. 

Dobbiamo sempre ricordare che i DSA sono dei disturbi a base neurobiologica e pertanto non è possibile parlare di prevenzione. Possiamo invece tranquillamente parlare di Individuazione Precoce dei Prerequisiti dell’Apprendimento, cioè l’insieme delle abilità cognitive che consentono al bambino di apprendere la lettura e la scrittura  e di prevenzione delle Difficoltà di Apprendimento (non sono sinonimo di DSA, ricordiamocelo sempre).

È quindi importante effettuare uno screening durante l’ultimo anno della Scuola dell’Infanzia poiché permette di   inquadrare le caratteristiche qualitative e temporali dell’evoluzione degli “apprendimenti ” in modo da poter intervenire tempestivamente nel caso in cui si presenti la prospettiva di un’evoluzione lenta, difficoltosa e problematica.

Ciò ci dà la possibilità di  realizzare degli interventi di potenziamento mirato utili per ridurre le differenze tra i bambini prima del loro ingresso alla Scuola Primaria e di conseguenza alleviare i disagi emotivi ad esse correlate.

 

 

 

 

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L’apprendimento come processo attivo: la metacognizione

Quando si parla di riabilitazione nei DSA  e potenziamento cognitivo, ci si riferisce spesso al termine “metacognizione” dando, erroneamente, per scontato che il suo significato sia pane quotidiano anche per i non addetti ai lavori. Ma di cosa si tratta?

Quando parliamo di  metacognizione (Flavell, 1976) ci riferiamo a quella serie di  processi cognitivi che coordinano  l’attività mentale e riflettono su di essa. Tali processi si suddividono in processi  “freddi”: attenzione, memoria, ragionamento e risoluzione dei problemi; e processi “caldi: sfera emotivo motivazionale ((De Beni, Moè e Rizzato, 2003)

L’interazione di questi processi fra di loro  determina la metacognizione, o meglio la capacità di mentalizzare ( fare propri gli aspetti esterni), e di conseguenza ha come effetto l’apprendimento: diciamo in parole più semplici che la metacognizione nasce grazie all’attribuzione di significato alle esperienze (cognitive ed emotive) che viviamo.

Facciamo un esempio:

Teo sta iniziando a leggere il  nuovo capitolo di storia e per farlo è necessario che stia sul compito (attenzione), ricordi quanto sta leggendo (memoria), ragioni su quello che sta leggendo (come avviene questo? Perché Carlo Magno ha agito in quel modo e non in quell’altro?). Allo stesso modo Teo proverà delle emozioni durante lo studio, e si sentirà più o meno motivato nella sua attività, etc. La consapevolezza di tutti questi aspetti permette a Teo di agire su di essi: ad esempio riportando l’attenzione sul compito se è distratto, cercando di ritrovare la motivazione verso l’oggetto di studio e via.

Lavorare su questi aspetti permette quindi di stimolare l’apprendimento rinforzando i processi che concorrono a determinarlo, favorendo quindi l’aumento di autonomia e di senso di autoefficacia nello studente.

Il tenente Colombo e la grandiosità del narcisista

Il tenente Colombo e la grandiosità del narcisista

Sin da quand’ero una bambina, uno degli appuntamenti televisivi fissi a casa mia, secondo solo a Mike Bongiorno, era l’episodio  settimanale della serie Colombo. Ve lo ricordate? Interpretato  ad arte da Peter Falk, Colombo era un tenente della sezione omicidi della Polizia di Los Angeles, aveva l’aspetto trascurato e ben poco formale. Indossava un trench sgualcito di un colore indefinibile  tra il beige sporco e il grigio smog. Come mezzo di trasporto per seguire le indagini usava una Peugeot risalente a qualche decennio prima che preannunciava il suo arrivo con  la marmitta che emetteva dei suoni ben poco rassicuranti. Altra figura importante era la Signora Colombo: sempre nominata e mai apparsa nella serie.

L’episodio seguiva sempre la stessa struttura: antefatto,  svolgimento dell’omicidio, arrivo della polizia, investigazione di Colombo e individuazione del colpevole con conseguente arresto. Quindi la suspense non era relativa allo scoprire il colpevole, ma a  come  avrebbe fatto  il  simpatico tenente a smascherarlo.

Lo ammetto, da qualche mese a questa parte ho ripreso a guardare questi telefilm e ne sono rimasta catturata, sia per gli aspetti narrativi che per quelli più legati alla componente psicologica. Diciamo che alla fine di ogni episodio, quando lo scalcinato tenente smaschera l’inimmaginabile assassino provo un forte senso di rivincita morale, che oserei definire  quasi come una sorta di catarsi.

Tale reazione in me prevale quando c’è una particolare tipologia di assassino: quello narcisista. E con narcisista non mi riferisco al vanitoso compiaciuto del proprio aspetto e delle proprie qualità, bensì a chi ha caratteristiche molto marcate molto simili, se non identiche, ai sintomi del Disturbo Narcisistico di Personalità. Beh, è il blog di una psicoterapeuta, non poteva esserci un articolo di pura recensione senza lo zampino di qualche psicoaspetto, no?

Ma come è quindi, a grandi linee, la personalità del Narcisista? Quali sono le sue caratteristiche? Diciamo che principalmente il Narcisista ha un’idea grandiosa di sé e si sente superiore agli altri e attende il riconoscimento pubblico dei suoi meriti, ha quindi un bisogno estremo di ammirazione. Non da ultimo una caratteristica importante del narcisiste è l’empatia: quella  di un comodino dell’Ikea (linea de luxe, ovviamente).

L’omicida della  serie, quindi commette spesso il solito errore: sottovalutare l’intelligenza altrui. Così, preso dall’autocelebrazione e dal proprio senso di superiorità non considera minimamente che il suo interlocutore possa essere altrettanto arguto, seppur meno incline ad ostentarlo.Ed è così che il tenente Colombo incastra gli assassini, con un atteggiamento apparentemente sbadato, volutamente ingenuo e con una sincera umiltà che non lo fa entrare in competizione intellettuale con il sospettato. Perché la competizione intellettuale è per i narcisisti un punto molto fragile, è la loro occasione per primeggiare o per dover riconoscere quello che maggiormente temono: il loro scarso valore (ferita narcisistica). Una tipica reazione per evitare questa consapevolezza è la rabbia sia contro se stessi che contro gli altri  che può manifestarsi anche con azioni violente ( in effetti stiamo parlando di assassini) che servono in qualche modo a ristabilire il loro senso di superiorità ricostruendo in qualche modo la loro rassicurante  identità. Quindi Colombo, non porgendo il fianco, li attira allo scoperto usando proprio come esca i loro punti deboli per cui animati dall’esigenza di dimostrarsi superiori arrivano a rivelare le reali dinamiche dell’assassinio.

Diciamo per cui che questo tipo di episodi finiscono con il colpevole che o si affligge terribilmente o si scompensa apertamente e con un senso di giustizia per lo spettatore che, nella maggior parte dei casi ( a meno che non si tratti di spettatori narcisisti) si identificano in Colombo e nel suo stile  rustico e disordinato.

Il tenente Colombo e la grandiosità del narcisista